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De cerrano - Le firme d'autore del Gazzettino

La gioventù cerrana tra club e tarantelle

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Il concetto di cerranità presenta parecchie ambiguità: viene spesso, nell'immaginario collettivo, chiamato in causa per definire situazioni particolari che nascono spesso per puro caso, - e che nel puro caso terminano il loro giro – che talvolta lasciano un retrogusto amaro. Situazioni  che riguardano talora ammassi scomposti di persone che, come stessero recitando la parte della “giungla” ne “Il libro della giungla”, comunicano con versi e gesti frenetici per arrivare alla soluzione della “tarantella” del momento, - ed Acerra offre al quotidiano un numero considerevole di esse, nonostante non sempre ci siano tamburi e tamburelli a suonare.


Una tra le “tarantelle” più caratteristiche degli ultimi giorni è stata costruita su una questione di ospitalità e di onore. C'è da premettere che ultimamente va diffondendosi ad Acerra la tendenza di creare, tra comitive di ragazzi, dei “club”: si tratta essenzialmente di  monolocali o appartamentini fittati in gruppo, all'interno dei quali ognuno dei “soci” s'impegna a portare qualcosa di proprio, che sia un divano, un televisore, “nu' pleistesciòn”; viene così a crearsi uno spazio accogliente dove poter godere momenti di svago e relax insieme agli amici di sempre.

Proprio un gruppo di questi “amici di sempre” decise qualche tempo fa di lanciarsi nel favoloso mondo dei “club” cerrani: così, trovato il locale, raccolti i partecipanti, i divani e le “pleistesciòn”, il loro spazio privato prese vita in un tempo record di due settimane. Accadde che, - tornando alla “tarantella” - dopo un iniziale periodo di pacifica e costruttiva convivenza, nel rispetto dei canoni dell'ospitalità furono invitati due individui, amici di uno dei contribuenti alla causa, i quali, facendo pochi complimenti, presero immediatamente parte alle attività del luogo fiondandosi sul Calciobalilla. Partita dopo partita, i due “non soci” (definizione che pesa come un marchio sulle spalle di chi non versa la quota mensile necessaria al mantenimento dello spazio) si mostrarono tanto talentuosi, dato il buon numero di vittorie consecutive ottenute, quanto progressivamente sgraditi. Uno degli ultimi sconfitti, non più sopportando chi «credeva di poter fare da padrone in casa sua», decise orgogliosamente di far giustizia indicando ai due non soci la via per l'uscita.

Il duo non dovette accettare col sorriso la scelta del “padrone di casa”, tant'è che l'iniziale silenzio divenne una parolina, la parolina una parola, la parola un parolone; l'evoluzione finale fu riservata proprio ai paroloni, che si trasformarono in splendenti bestemmie ai danni di ogni divinità esistente. Non si sa con esattezza cosa accadde all'interno del club: ma è certo che, al suo esterno, poté vedersi di tutto: gente saltellante a destra e a manca in cerca di una possibile soluzione, clacson di automobili bloccate in un improbabile ingorgo umano (la “tarantella” aveva infatti spostato la sua dancehall in mezzo alla strada),  bambini del quartiere alla ricerca di ispirazioni per il futuro. Ma il dato più sconcertante è quello relativo alla reale soluzione della disputa: bastò che qualcuno dei passanti pronunciasse “Carabinieri” per far sì che ognuno degli implicati nella vicenda sgattaiolasse via in un batter d'occhio; agli spettatori, increduli, non restò altro che il silenzio che segue la tempesta. E proprio uno di quei passanti disse un qualcosa che meglio di qualsiasi altra descrizione può tradurre, in conclusione, ciò che era appena successo: «questi si dicono continuamente “frato a 'mme, frato a 'tte” e ppoi se vattono tutti quanti?!”

Enzo Sibilio

 


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