Addentrarsi nella fitta rete delle “cose cerrane” senza prima aver fatto proprie informazioni preliminari, o aver letto un foglietto illustrativo, - con attenzione alle controindicazioni - può causare seri danni alla salute.
Un discorso di questo tipo è orientato, nella specie, a coloro i quali vogliano avvicinarsi alla 'Cerra, credendo che sia un paese come tutti gli altri, dalle stesse usanze, dagli stessi umori, e dalle stesse nausee dei cugini limitrofi; e la nausea, questa malefica, può imporsi e farsi sentire con insistenza se si tenta di tirar fuori il pollo cocente dal forno della cerranitas senza guanti di protezione.
Ma se ne capisca il fine: non è di certo per dar dei “dormienti” a chi ha immensa fiducia nell'essere umano, o a chi crede che il lume della ragione sia, - per quanto fiocamente - presente tra le tempie di chiunque; piuttosto si darà del “bonario dormiente” al protagonista delle vicende che stanno per essere raccontate: un abitante di questa favolosa terra di Cerra che cerca di fornire ai suoi amati concittadini una via risolutiva al fetido guaio d'immondizia che rende le strade il posto più gradevole ove prendersi la lebbra (o in alternativa il tifo, la malaria, il colera, etc.): la raccolta differenziata.
Chi si sia approcciato anche in minima parte alla questione dei rifiuti non vedrà assolutamente nulla di male, - al di là delle scocciature relative allo smembramento minuzioso delle parti del rifiuto - nell'accettare ed applicare le poche nozioni da apprendere al riguardo; ma cosa ne pensa un cerrano? In quale modo potrebbe avvicinarsi a questo fantastico mondo della monnezza? In un modo di monnezza, ovviamente.
Animo in carica: la «crociata della monnezza» inizia con un timido bussar di citofono: risponde una donna che innanzitutto invita a non ricompiere quel gesto, soprattutto se alle 9 del mattino; e che non se ne riparli: al limite, l'avventuriero monnezzaro della Cerra, potrà farsi rivedere tra qualche ora, facciamo alle 11. E così, smaltita l'attesa, riecco quell'educato “driiin”. Il tono della signora sembra stavolta più sereno, tanto da concedere al crociato il permesso di stare alla soglia del suo appartamento e di parlare per non più di due minuti. Così, mentre l'evangelizzatore del pattume cerca, tempo alla gola, di spiegare quali bidoni usare per l'umido, quali per il secco, la signora fa sfoggio di tutta la sua cordialità quando interrompe la scarica d'informazioni per avanzare un'emblematica domanda: «ma me state piglianno pe' c**o?». Ovvia perplessità sul volto del nostro bonario missionario, acuita dalla frase che subito segue: «je nun pozzo perdere tiempo cu 'a munnezza: lieva chesto da ccà, lieva chesto da llà e jettalo ccà. Oh: saje che te dico? Je piglio 'o sacchetto e 'o jetto a coppa 'o barcone! E mo' jatevenne si nun vulite ca ve jetto pure a vuje!»
Probabilmente potrebbe bastare questo solo aneddoto per scoraggiare chiunque abbia in mente di portare il cambiamento nella testa della gente; ma non basta questo per fermare la bontà di cuore del nostro avventuriero, che prosegue il suo cammino attraverso sentieri alternativi; e proprio uno di questi sentieri si rivelerà come (in)degna conclusione di questa vicenda. L'inizio è il solito: bussar di citofoni e risposta simile ad un'imprecazione; ma stavolta l'orario non è soggetto a variazioni. Da ciò la speranza del bonario missionario si fortifica, sentendosi sicuro di poter portare a termine la missione. Ma ecco che, dall'allusione alla divisione dei rifiuti, un'inquietante risposta conclude di netto la vicenda, donando la sua voce ad una più che discreta fetta di cerranità, ed entrando di forza nel novero delle citazioni cerrane del secolo: «Je nun tengo bisogno 'e fa' sta raccolta differenziata: je songo 'a terza potenza mondiale. 'O munno è cumannato da 'o Papa, 'o Re e da chi nun tene niente: e je nun tengo niente!»
Enzo Sibilio













