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De cerrano - Le firme d'autore del Gazzettino

I micromondi del cosmo acerrano

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La vita della Cerra, con le sue storie e le sue tensioni, prende corpo spontaneamente ogni giorno (secondo casualità scandite da chissà quale ironica entità) in questa giungla che s'alterna tra l'oscuro e lo sconnesso, vissuta tra spasmi, tic nervosi della testa, qualche tonnellata di imprecazioni e, - ovviamente - tanta cerranità. Così tanta da assumere gli stessi colori di quel cielo che fa da sfondo a tutto, di quella monnezza che ricopre in modo ripugnante le strade, di quegli incomprensibili schiamazzi che sovente fanno da sfogo alla complessa, - ma allo stesso modo essenziale – natura di ogni nativo di questo territorio incantato; tant'è che, in questo ammontare infinito di situazioni ed inconsce soluzioni alla più minuta noia di ognuno, può capitare di farsi sfuggire gustosi saggi di realtà, che dal ventre della cerranitas prendono anima e corpo: un saggio, quello che sta per essere descritto, che, come ogni altro buffet di casi cerrani, non ha bisogno di un solo assaggio per poter essere compreso nella sua integrità.

È il caso di una piazza, - più piazzetta, in realtà – che fa da anticamera al centro storico, la quale, circondata da quattro mura e percorsa da un'unica strada che sembra fare da fiumiciattolo per i passanti che trasportano detriti di vita estera, va a porsi come altissimo esempio di cerranità, in una delle sue forme più pure. Una piazza costantemente vissuta, come avesse l'ampiezza di un mondo intero, per quanto il mondo vero e proprio paia essersi fermato soltanto alla soglia d'ingresso; un microcosmo fatto da famiglie, uomini donne e bambini, che, quasi col complesso delle colonne d'Ercole, non accennano a superare i confini del “proprio” territorio. È dunque qui che prende avvio la vita: gli uomini impiegano i loro pomeriggi tra pittoreschi tornei di scopone con la simpatica variante della “scopa-chitemmuorto”, - con insulti a raffica ai danni degli avi degli sconfitti di turno – mentre le donne si dilettano in amabili chiacchiere circa i massimi sistemi del mondo, con attenzione specifica alla «figlia-di-quello-che-s'è-fatta-il-figlio-di-quello, e il figlio-di-quello-è-più-cornuto-che-contento.»

Ma il caso che più degnamente può cogliere l'attenzione di chi voglia donare un po' del suo tempo alla comprensione di questo piccolo mondo nel mondo, è senz'ombra di dubbio quello rappresentato dai bambini. Si tratta di aneme 'e Dio dai 2 ai 9 anni che trovano la loro occupazione principale nell'incendio dei bidoni della spazzatura. È un'attività che si ripete con scadenza fissa, almeno una volta ogni tre giorni. Inizialmente potrebbe sembrare un gesto sconsiderato, abominevole, privo di ogni morale o di principio di vita civica; ed infatti, secondo questo indirizzo consequenziale, questi criaturi si lasciano facilmente bollare come teppisti. Ma sarebbe troppo semplice trarre una conclusione di questo tipo, certamente “ingrata” nei confronti di questa grande madre Cerra; risulta dunque necessario capire, provare ad immergersi per comprendere i “perché” di un gesto (tra i vari) di questo tipo: così, al seguito di un approccio iniziale certamente difficoltoso, poco alla volta, questi bambini segnati dal peso di una realtà fatta di leggi di strada e da un'infinità di fattori troppo più grandi di loro, hanno saputo “aprirsi” e indicare, quantomeno, chiavi di lettura per quei gesti «barbarici»; e la risposta ha illuminato quello che è il più essenziale dei bisogni di tutti i bambini: quello di ricevere ascolto e comprensione, come unico modo per sentirsi meno lontani da quel mondo che, per quanto non sia mai stato conosciuto, a loro manca come una boccata d'ossigeno.

E così, dal fumo cancerogeno emanato da quei bidoni in fiamme, questa vicenda viene conclusa da uno degli abitanti del luogo, in un monito ai piccoli piromani che rivela un amore per quella “casa” a cielo aperto comune a tutto il suo vicinato: «Guagliù, ma che diamine facite? Vuje date fuoco 'e bidune, ma che figura ce facimmo cu' e guagliune che veneno 'ra fore? Ce amma fa ricere 'ca simme zingari?!»

Enzo Sibilio


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