L'impulso della cerranità viene facilmente stimolato quando l'estate decide di far ardere sotto i propri gradi ogni strada, via o cunicolo che vada a formare il groviglio della vita made in cerrano. Un'atrocia con sembianze di calore della quale si avverte prima l'alito, poi l'abbraccio, dunque il peso, che va ad intasare i polmoni e, nella maggior parte dei casi, il pensiero.
Un vero dilemma avrebbe luogo se ad intasarsi fosse (ancor di più) il cerrano pensare, quella particella divina che permette agli eventi di godersi il loro libero moto fino a sfoggi di assoluta follia; e se le stagioni del fresco hanno permesso spazi quantomeno arieggiati dove poter far sfogare gli 'ncrippi o le capàte storte (testate di rovescio) che ogni cerrano si concede periodicamente, - quasi fosse previsto da una prescrizione medica - l'avvento del grande caldo ha generato una diabolica trappola che, in una continua tortura alternata tra sudore e mancanza 'e ciàto, potrebbe sventuratamente mandare in ebollizione il motore delle coscienze locali.
Il cerrano pare fesso, ma non lo è affatto: appurato il problema, è già pronto il rimedio. Ed ecco che, mentre un gruppetto di ragazzi si dedica a lamentose lamentele relative alla spaccìma di caldo, dalle retrovie una voce indica la strada vincente: "guagliù, ma ce ne vulimme jì a' piscina?". E così, mentre l'eventualità suggerita dall'arguto personaggio comincia ad ottenere cascate di consensi, la conta a chi dovrà prendere la macchina e accattàre le marènne ha già preso abbondantemente il via: il cumulo di giovincelli si vede già proiettato verso il compimento di questa missione salvifica. Ma, inaspettatamente, l'infamia del destino pone, attraverso un'altra voce, un annoso problema: "guagliù, amma apparà a' benzina!". La situazione rivela immediatamente tutta la sua gravità: alla richiesta di un contributo per il carburante, ognuno dei ragazzi confessa la propria miseria; vi è chi dice di avere solo 'o spiccio pe' sigarette, chi di avere solo quelli per la marènna, chi, - soliti simpaticoni - di avere solo gli occhi per piangere. A questo punto, le fantasie dei giovani cerrani in cerca di gloria da piscina, si vedono assorbite nell'eco di un "uha', guagliù, nun sìte 'bbuone proprio!"
Ma non ci sono solo storie segnate da finali malinconici; la Grande Madre Cerra riesce a donare, credendosi quasi più mistica della madonna che pare aver ospitato tra i suoi confini qualche anno addietro, il miracolo. E' stato così per un altro simpatico giovanotto, che, finalmente libero dagli impegni lavorativi, e messi a posto i bagagli nell'autovettura, si sente pronto all'avventura: destinazione o' mare. La partenza per o' mare di questo simpatico omino stuzzica la curiosità dei suoi amici, i quali, dopo aver precedentemente chiesto quale sarà l'ordine di cocktail con i quali si delizierà l'ugola (o il cranio) non appena arrivato, gli chiedono, un po' ingenuamente, dov'è che in realtà se ne va in vacanza.
"Me ne vaco a' Calabbria."
"In Calabbria a' ro'?"
La risposta che ne segue presta la scena ad un cosiddetto "posto" che, nell'immaginario collettivo cerrano, non è uno stato, né una regione, né una città; è piuttosto un qualcosa di indefinito, che si trova chissà dove, ma che presenta mare, sole, spiagge e tante altre cose belle; insomma: "a' Calabbria"
Enzo Sibilio
De cerrano - Le firme d'autore del Gazzettino













