Sottopasso. Spesso si ignora l'importanza di questa parola. Che in realtà non si limita ad essere un semplice scheletro di lettere dalla natura utilitaristica: nasconde bensì un vero ed altissimo concetto.
Il sottopasso è la chiave di volta, quell'uscita di emergenza che permette di dare un'ulteriore speranza ai nostri orari, un po' come quell'asso che sbuca dalla manica (o dai piedi della sedia) e permette 'l'apparata' del salvifico cinquantacinque, rilevato con sommo gaudio tra le urla vocaliche di chi siede intorno al tavolo, ed il poco soave bestemmiare del perdente di turno, al quale non bastano il settesei-cinque per la beffa goduriosa.
Ma, tralasciando questioni di natura stoppica, credo sia giusto tornare al punto: il sottopasso. Tecnicamente si tratterebbe di una sorta di passaggio sopra/sottoelevato rispetto ad una zona di transito ferroviaria, che dona al traffico un tantino di fluidità nelle ore in cui i passaggi a livello mettono il broncio ed incrociano - o, meglio, sbarrano - le proprie braccia come se stessero protestando contro l'eccessivo frastuono della vita cittadina cerrana, che scorre tra saggi di alta cultura musicale eseguita a volumi tutt'altro che pacifici, urla di vario genere, e casuali commenti su - appunto - l'impossibilità di poter vivere in un “paese del genere” (cit.) a causa del citato flagello dello stop sempiterno a tinte biancorosseggianti.
Sappia, quel “paese del genere”, che in ciò ha uno dei più grossi motivi delle mie mancanze: quel sottopasso tanto sottovalutato, spesso evitato, altre volte invidiato, ha in sé uno dei più vividi e coerenti paradigmi della cerranità, quella lamentela che prende vita dal silenzio comune e srotola se stessa come fosse certa di impiegare il suo tempo in modo costruttivo; e nonostante sia lì appositamente per fare da via d'uscita, a volte pare proprio il caso di apporvici un cartello a rivendicare la sua importanza a caratteri cubitali.
Il lettore si chiederà dove sia Parigi a questo punto.
Ebbene, Parigi è qui dove sono io, o almeno dove io credo di essere, ma forse pare si stia spostando un po' più in là. Questo, esattamente questo, è uno dei momenti in cui mi sento più intimamente in tutta la mia cerranità, un momento eruzione del tutto interiore: quello in cui mi sento di essere lì, a scorticarne la corteccia dopo un esercizio di ore ed ore, vedendo poi chiudersi repentinamente davanti ai miei occhi le sbarre accompagnate dalla fatalità della luce rossa.
Ma qui, dove la maggior parte dei treni trova il proprio giro sotto il livello della terra, e dove i pochi disturbi del traffico hanno come premessa secoli di ripetute scuse accorate, mi sa che mi tocca proprio aspettare. Sottopasso. Non credevo che avrei poi potuto ignorare l'importanza di questa parola.
di Enzo Sibilio













