Questa scialba decostruzione dei versi del Viviani - non me ne voglia il poeta o chi dei suoi - il quale scrisse di Acerra come un rigoglioso fiorire di vita ove potersi rifocillare e ridestare dallo stress esistenziale dell'essere furastiéro, può probabilmente descrivere con una certa dignità la mia situazione attuale: terminata la prima sessione quelle impensabili, imparagonabili, insormontabili (...) attività che la vita parigina offre quotidianamente ad un piùomeno giovane cerrano, è giunto il tempo di dire au revoir, per una quindicina di giorni, alla cucina improvvisata, al divano che si crede un letto ma che è pur sempre un divano, ed a quella R che credevo moscia, ma che in realtà è un colpo di grattugia dritto tra ugola e cannarone.
Tre mesi - o forse più - potrebbero anche essere adatti a stilare un abbozzo di bilancio, ma, come ben ricorderà chiunque abbia provato a dotarmi di un'istruzione, il calcolo matematico non è mai stato tra le mie più spiccanti caratteristiche.
E visto che forse ho anche qualche difficoltà ad immagazzinare i concetti usando come filtro la memoria, cercherò di utilizzare quello dell'imprecazione, citando, a coscienza libera, tutte quelle cose che mi hanno fatto bestemmiare almeno una volta, quali: un'università che viaggia su orizzonti mai intuiti prima, gomitoli di burocrazia che paiono avere più durata dei rotoli di carta igienica, cassieri di minimarket notturni dalle sembianze del più sommo degli dèi dell'Olimpo in trepidante attesa di un italiano assonnato per potergli raccontare senza freno dei suoi viaggi giovanili in penisola sorrentina, mescolanze assolute di lingue che una volta danno l'impressione di essere apprese e l'attimo dimostrano che si era in errore, e migliaia di lettere ricevute quotidianamente da una banca che più che offrire un servizio, pare voglia fare stalking.
L'elenco, che potrebbe ovviamente continuare per mesi, potrebbe far pensare ad una situazione oscena, da panico, dove la speranza ha solo un ruolo marginale e la fiamma del quotidiano non lascia scampo alla vita.
Ma, se questo dovesse essere realmente, devo ammettere che non è affatto male. Indossare l'abito della vita, giorno dopo giorno, induce alla riflessione naturale che non trova la sua forza dai pensieri, ma dai dati di fatto; è un vivere oggettivo che permette di conoscere ben oltre gli orizzonti della propria mente, della propria anima, e di ogni propria capacità.
E la più grande e lieta delle scoperte, è quella che ogni secondo sento bollire in me, a ticchettarmi il raziocinio ed a farmi capire quanto mi abbia, soprattutto inconsciamente, donato. Sto parlando della cerranità, perennemente pulsante e silenziosa maestra di vita, che, in un modo o nell'altro, sento guidarmi positivamente i passi, i pensieri, ed i gesti.
Ed ora che la valigia è già carica, saluto Parigi per un po', giusto per un po', e vado in vacanza, anche se forse - mi perdoni ancora il Poeta - sarebbe più giusto dire che vaco a fa' 'a vita.
di Enzo Sibilio













