Se c’è un tempo che ci invita ad andare dalle nostre speranze, spesso troppo mediocri, alla Speranza che non tramonta mai, è proprio il tempo che stiamo vivendo, quello che ci sta conducendo al Natale. Il Bambino di Betlemme, sebbene solo un Bambino, porta con sé una straordinaria forza capace di trasformare radicalmente il genere umano e di immettere nella storia un dinamismo nuovo. Da questo Bambino, infatti, è partita la più grande e benefica trasformazione dell’umanità: la civiltà dell’amore e del rispetto della dignità umana.
Molti hanno profetizzato (cfr. il profeta Isaia) che l’era messianica sarebbe stata caratterizzata dalla pace universale e cosmica, dalla solidarietà, dalla condivisione equa delle risorse, dalla giustizia. Le cronache dei primi tempi della vita della comunità cristiana testimoniano che «la moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune. Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno» (Atti degli Apostoli 4,32-35).
Ancora oggi non mancano le testimonianze che, laddove Gesù è accolto, fioriscono esperienze di amore e di solidarietà, soprattutto per i più poveri. Uomini e donne che, avendo incontrato il Figlio di Dio, hanno saputo mettere a disposizione gratuitamente la loro vita, per andare incontro soprattutto a coloro che nessuno vuole più “avere tra i piedi”, perché umanità che non ha nulla da offrire. Penso ora a Madre Teresa di Calcutta o ad Antonia Maria Verna o a Giuseppe Moscati. Ma senza voler scomodare i santi, mi tornano alla mente tanti miei confratelli sacerdoti, morti solo da pochi anni, che hanno sacrificato la loro vita per difendere la legalità e la giustizia: don Peppe Diana, don Pino Puglisi e, certamente non ultimo, don Oreste Benzi. La lista potrei allungarla con molti altri nomi, forse meno noti, ma non per questo meno efficaci nella loro testimonianza. Ciò che comunque accomuna tutti è l’aver vissuto con una forza nuova e generosa, frutto del loro incontro con il Bambino di Betlemme che da grande, fedele alla volontà del Padre, è diventato l’Uomo della Croce.
Non ci sono dubbi: la speranza di un mondo nuovo non è una favola per pochi creduloni, è una stupenda possibilità per chi, consapevole dei suoi limiti, apre, anzi spalanca, le porte a Cristo!
E noi? Non so per quanti di noi questo prossimo Natale sarà solo una sterile ripetizione di gesti e riti vuoti ed insignificanti. Mi auguro, invece, che Natale torni ad essere per molti, e noi saremo tra questi ultimi, la festa di un incontro e la rinascita della Speranza. Solo così anche per noi il sogno di un mondo nuovo, più fraterno, più giusto non ci apparirà più una fantasia ingenua ed infantile, ma una piccola caparra di quei cieli nuovi e terra nuova che il Signore ci ha promesso. La liturgia della notte di Natale ci inviterà a proclamare: “oggi è nato per noi il Salvatore”. Lo scopo di questa proclamazione non è quello di far finta che Gesù nasca di nuovo, ma quello di farci considerare che ora tocca noi, a ciascuno di noi. È un’ulteriore possibilità che ci è offerta e non possiamo permettere a nessuno di rubarcela. Non cadiamo nella trappola di coloro che vorrebbero ridurre il Natale ad una festa dove ad essere assente è proprio il festeggiato.
Auguri!
Don Luca Orlando Russo
Parole di speranza - Le firme d'autore del Gazzettino













