RECENSIONI MUSICA - Dopo il doppio live del 2010, ecco arrivare il nuovo album targato Pelù-Renzulli
Probabilmente molti teen-ager non li conoscono. Se chiedessimo loro dei Litfiba, li sorprenderemmo impreparati come a un'interrogazione di latino. E ci sarebbe ancora da rallegrarsi di non assistere a risposte ben più deprimenti del silenzio, cose del tipo "Ah, quelli che cantavano Mascherina". Alla luce di ciò, è forse opportuno cominciare con una brevissima storia della band.
I Litfiba nascono a Firenze nel 1980. In piena epoca post-punk, hanno il merito d'importare la new-wave nel Bel Paese. Siamo all'altezza della cosiddetta "Trilogia del potere"("Desaparecido", "17 Re", "Litfiba 3"). Alla soglia dei '90, Gianni Maroccolo lascia il gruppo. Con lui se ne vanno le atmosfere un po' "dark" degli esordi, ma non è tutto. La dipartita del bassista, di fatto, consegna la leadership alla coppia Pelù-Renzulli. I due virano verso un rock più grezzo, iniziando la scalata al successo vero e proprio. "El Diablo" inaugura questa nuova fase. L'apice viene toccato con i successivi "Terremoto" e "Spirito", mentre "Mondi Sommersi" chiude la "Tetralogia degli elementi", dando il là a quel declino che sfocia nell'insulsa deriva pop di "Infinito". Poi, l'abbandono dell'ormai ex-Pierotten.
Dopo dieci anni di irrilevante carriera solista da una parte, e Litfiba senz'anima dall'altra, il ritorno. "Ghigo" Renzulli e Piero Pelù decidono di accantonare i vecchi dissapori, optando per la classica "reunion". Primogenito del nuovo sodalizio, un doppio live corredato d'un paio di trascurabilissimi inediti("Sole Nero" e "Barcollo"). Pubblicato nel 2010, il lavoro rende bene la dimensione "on the road" della band, celebrandone degnamente i due periodi d'oro. Il chitarrista dimostra una discreta forma, mentre Pelù, pur avendo perduto lo smalto dei tempi migliori, conserva ancora il carisma e aggiorna il proprio look(ispirandosi in maniera sin troppo palese a Jack Sparrow). Tutto sembra pronto per un altro album. Album che arriva a inizio 2012.
I dubbi degli scettici vengono subito confermati dal singolo "Squalo"(inflazionatissima metafora del capitalismo). La mediocrità dell'episodio resta ineguagliata, ma "Grande Nazione" soffre comunque. D'accordo, i Litfiba si tengono ben lontani da "Infinito" e recuperano le radici genuinamente rock dei loro anni '90, tuttavia l'operazione riesce forzata. I testi ammiccanti, a tratti ingenui, fanno il resto. Pelù cinquantenne nei panni dell'adolescente ribelle risulta persino fastidioso, oltre che in ritardo sui tempi(si veda il riferimento al "bunga-bunga" in "Fiesta Tosta"). Leggermente al di sopra della media: "Elettrica" e la title-track(un po' di facile demagogia possiamo pure accettarla). Musicalmente più ispirata "Tra te e me", in cui, ancora una volta, è la lirica a disturbare con la sua banalità(qui nonostante l'assenza di temi politici). A questo punto, meglio tacere del secondo singolo, "La Mia Valigia", e tirare le somme. Il disco si lascia ascoltare una volta, o due al massimo, giusto per rendersi conto che il passato non torna. La coppia Renzulli-Pelù avrebbe forse dovuto limitarsi a qualche altro concerto, tanto per omaggiare i vecchi fan, e chiudere bottega. In ogni caso, ignorate il paradosso, leviamo il grido "Viva Litfiba". Sembrerà incoerente ma, pensateci bene, meglio loro che i Lunapop no?!
Antonio Cerreto










